Signori si nasce. Scirea e Facchetti: campioni dentro e fuori

Strano il destino a volte. Nei primi giorni di settembre ricorrono gli anniversari delle scomparse di Gaetano Scirea e Giacinto Facchetti. Due signori prima che due campioni.

Signori si nasce. Scirea e Facchetti: campioni dentro e fuori

Scirea

Il 3 settembre 1989, la voce roca di Sandro Ciotti annuncia alla domenica sportiva che Gaetano Scirea è scomparso in un pauroso incidente stradale mentre si recava a visionare la prossima avversaria della Juve in coppa Uefa. Il televisore non sintonizzato benissimo, Tardelli che si alza e se ne va in lacrime e la sensazione che qualcosa si sia irrimediabilmente rotto.

Scirea aveva difeso i colori della Juve per 14 anni prima di approdare in panchina come secondo di Dino Zoff. Libero moderno, grazie ai trascorsi da punta prima e da centrocampista poi, privilegia l’impostazione. È il primo regista della Juve di Trapattoni e dell’Italia di Bearzot. Una vita da difensore centrale senza una sola espulsione e con soli 9 cartellini gialli è qualcosa che a raccontarla non sembra neanche vera. Eppure Scirea si è sempre contraddistinto prima di tutto per la sua grande correttezza e lealtà. Naturalmente stiamo parlando di un campione assoluto, uno dei migliori difensori della storia, il primo calciatore a collezionare tutte le coppe internazionali, oltre al leggendario mondiale del 1982.

Tante le testimonianze relative al suo carisma e alla sua correttezza. Rumenigge raccontava di un’amichevole post mondiale in cui stavano un po’ salendo i toni e le entrate al limite cominciavano ad essere numerose. In una pausa di gioco pare che Scirea abbia detto “Beh, cerchiamo di darci una calmata”. Niente di ricercato, né di minaccioso, eppure la partita ritornò ad essere una partita di calcio e non di calci.

Facchetti

Il 4 settembre 2006, dopo alcuni mesi di lotta contro un tumore al pancreas si spegne Giacinto Facchetti. Dopo una grande carriera da calciatore, si ripropone come ottimo dirigente dallo stile sempre impeccabile.

Diciotto anni di successi con la maglia nerazzurra dove spiccano le 2 coppe dei Campioni e le 2 coppe Intercontinentali consecutive conquistate agli ordini di Herrera, senza dimenticare la vittoria da capitano dell’unico Campionato Europeo conquistato dalla nostra Nazionale. Tra l’altro ha anche avuto il merito di avere scelto “testa” nel sorteggio che ci assegnò la finale. Non portò alla vittoria, ma aver partecipato alla partita più bella della storia fa sicuramente effetto. Il 17 giugno 1970, Facchetti era titolare nello storico 4-3 contro la Germania.

Anche Facchetti nasce attaccante e porta un po’ della voglia di attaccare nel ruolo di terzino sinistro. Ruolo che ricopre come mai nessuno prima di lui. Non si dedica solo a difendere come facevano i terzini di una volta, ma corre costantemente su tutta la fascia e non disdegna le conclusioni a rete. A fine carriera saranno 75 le marcature.

Anche da dirigente riesce a vincere 2 coppe Italia, ma ciò che colpisce di più è che in un’epoca in cui critiche e polemiche cominciavano ad essere all’ordine del giorno, Facchetti non ebbe mai cadute di stile, rimanendo sempre inattaccabile, anche agli occhi dei tifosi avversari.

Riconoscimenti

A Scirea è stato dedicato il memorial internazionale che ogni anno a Matera mette a confronto le squadre allievi nella speranza che i giovani calciatori possano apprendere i valori che sempre hanno contraddistinto il campione bianconero e che dovrebbero essere la base dello sport, a tutti i livelli.

A Facchetti, in memoria dei grandi valori etici e sportivi che ha espresso per tutta la sua vita, la Lega Nazionale Professionisti ha dedicato il Campionato Nazionale Primavera – Trofeo Giacinto Facchetti, mentre la Gazzetta dello Sport ha intitolato il premio Premio Internazionale Giacinto Facchetti, per promuovere i comportamenti all’insegna della correttezza e dei valori sportivi.

La lezione

In definitiva due campioni esemplari, due atleti che non hanno mai avuto bisogno di andare contro le regole.

La lezione che ci lasciano è che per vincere e per entrare a far parte della storia non è necessario essere personaggi a tutti i costi, non c’è bisogno di creste colorate o di tatuaggi vistosi; una lezione di storia sportiva per imparare ad ascoltare “due tipi che parlano piano anche adesso che sono lontano

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