Si dia ad Allegri quel che è di Allegri: Juve in semifinale di Champions

Si dia ad Allegri quel che è di Allegri: Juve in semifinale di Champions

La Juve esce indenne dal Camp Nou grazie a una difesa granitica, una compattezza impressionante e una resistenza psico-motoria eccezionale. E’ evidente che i meriti vanno dati al tecnico attuale: Massimiliano Allegri

ALLEGRI: QUELL’INCROCIO MAI FINORA FORTUNATO – IL BARCELLONA

Lui, Massimiliano Allegri,  di Barcellona ne sapeva già qualcosa. Sia come battere il super team dei giocolieri funambolici, sia come perderci con scottante sconfitta e sia come abbandonare un sogno europeo in finale. Dopo la doppia sfida dei quarti di finale, ora Allegri, lo si può definire il massimo esperto in “Barcelloneria”.

Eh già, perché i figli della cantera lui li aveva incontrati già tre volte, ma in un modo o nell’altro ne era uscito distrutto. Stavolta, invece, ha proprio imparato. A Milano aveva vinto con l’intuito rapace di Boateng e la stoccata potente di Muntari, ma al maledetto Camp Nou Messi inizia da subito a dare lezioni e i suoi dilagano con un pokerissimo.

Stessa sorte era toccata l’anno prima. Ancora Allegri e di nuovo il Barcellona. 0-0 poco rassicurante in casa e sconfitta amara in terra catalana, con un arbitraggio discutibile e un Milan, allora guidato da Ibrahimovic, destinato a subire le sfuriate dei padroni di casa.

Giusto, per concludere con la rassegna, c’è poi la finale di Berlino. Stavolta, altra panchina, altro abito, nuovo scudetto, ma stessa fine: 1-3 in finale con l’indomabile MSN a far ammattire Bonucci e compagni. Sogno europeo svanito, un’altra volta. Un secondo tempo disastroso e una paura tremenda di prendere una goleada.

ALLEGRI E LA TATTICA MOURINHANA

Stavolta, nel doppio confronto, è andata diversamente. Niente timori, nè distrazioni e nè goal presi. Allegri fa sua la lezione che sette anni fa Mourinho con l’Inter aveva impartito al Barcellona di Messi e scegli l’opzione del catenaccio, non a casaccio, ma fatto di tattica e abnegazione. I suoi hanno uno zaino bello pieno di goal (3-0, quelli dell’andata) e giocano la partita tattica perfetta. D’altronde, che gli esteti del calcio “champagne” si indegnino pure, ad Allegri non è mai interessato e ad ogni modo non esiste altra via per battere il Barcellona. Paradossalmente Allegri ha migliorato la tattica del tecnico nerazzurro, non solo difendendosi con perfezione massima (tanto è vero che il trio delle meraviglie non ha mai spaventato in due partite Buffon e compagni), ma aggiungendovi coraggio e contropiedismo perfetto, diremmo quasi, all’italiana.

ALLEGRI E LA LEZIONE ITALIANA

Come all’andata, cosi al ritorno, la Juve ha stretto i corridoi, ha corso fino all’ultimo, ha creato un doppio cordone ombelicale, che ha costretto Iniesta e Messi ad aggirare la muraglia bianconera, mai a superarla.

Cinica e dinamica all’andata, quando Dybala s’è alzato da solo il costo del cartellino con una doppietta tecnicamente pregevole e Chiellini, sfruttando una delle mille amnesie difensive spagnole ha serrato il risultato della qualificazione; diligente e sicura al ritorno, quando l’atmosfera del Camp Nou non ha mai scompaginato i piani di Allegri e influenzato la testa di una squadra che, dopo cinque scudetti, era stanca di figuracce europee e rimpianti secolari.

Allegri l’ha vinta così, con un mix giusto fra tattica interista e concretezza juventina. Luis Enrique, stavolta, dopo il miracolo contro il PSG, avrebbe dovuto apprendere che non sempre riesci a fare sei goal e quei tre lì davanti non sono alieni olandesi che da soli possono risolvere tutte le vergogne difensive degli altri otto dietro. Ben li sta, come Conte agli Europei, Allegri ha inflitto agli spagnoli un’altra lezione di tattica italiana, senza sfigurare dal punto di vista dell’estetismo calcistico. A conti fatti, la Juve ha avuto più possibilità di portarsi in vantaggio ed ora che ha davanti a sè quattro ostacoli, deve solo chiedere al suo “pipita” di non fare l’Ibrahimovic delle Coppe, per cullare un sogno, che non si realizza da più di ventanni.

SI DIA AD ALLEGRI QUEL CHE E’ DI ALLEGRI

Sarà il caso di rivalutare a questo punto un allenatore come Massimo Allegri sia sotto il profilo tecnico, quanto sotto quello psicologico. Ha saputo ripartire da una finale persa con amarezza, ha saputo assorbire le critiche dei tifosi (quelli che non lo hanno mai amato dal dopo Conte) e ha saputo rifocillare la bacheca juventina con trofei e partite indimenticabili. E’ stato capace di inserire i preziosi giocatori della campagna estiva gradualmente, senza mai dimenticarsi di quelli già in rosa. Di più, nel momento di difficoltà ed identità, ha scoperchiato un 4-2-3-1, a detta di tutti pazzo, ma, risultati alla mano, efficacissimo.

Con lo stesso modulo ha incastrato e disorientato una delle squadre più forti al mondo, la miss “remuntada” per eccellenza. Con Cuadrado trasformato in un Donadoni Nedvediano, Mandzukic in un ruolo inedito e spericolante, Dybala libero di agire in mezzo alla trequarti fax simile di un Tevez meno goaleador. ecco la ricetta che ci obbliga a rendere onore a Massimiliano Allegri e alla sua doppia cintura cesariana non ad Alesia, ma al Camp Nou.

Ora, se la Juve è di nuovo in semifinale, il merito è tutto suo: sia ad Allegri quel che è di Allegri

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